Quattro chiacchiere con Sandro Gastinelli
Intervista di Paolo Racca intorno al Festival della Montagna di Cuneo
L'intervista che segue è tratta da
http://www.cineclublumiere.it/A pochi giorni dall'inaugurazione della terza edizione del
Festival della Montagna(in programma a Cuneo, presso il Centro Incontri della Provincia, dal15 al 20 aprile 2008), abbiamo incontrato nel suo studio di Boves
Sandro Gastinelli, direttore artistico della sezione video-cinematografica
Festivalfilm.
La lunga intervista, che qui sintetizzeremo, ha spaziato dalla suaesperienza umana e professionale a temi più strettamente connessi alleopere che sarà possibile vedere nel corso delle cinque serate diproiezione.
Sandro, perché la scelta di raccontare le montagne "senza muoversi da casa"?
A dire la verità, non si è trattato di una decisione pianificata, madell'esito di un percorso professionale ed esistenziale compiutoinsieme a
Marzia, mia moglie.
Dopo i miei esordi nel 1987 in una tv locale, abbiamo presto maturatola scelta di lavorare autonomamente. È stato proprio nel corso dellalavorazione di
Parla de Kyé (1996), il nostro primofilm, dedicato alle tradizioni della fienagione nelle valli cuneesi,che per la prima volta abbiamo avuto un contatto diretto conquell'ambiente sui generis che è la montagna, e soprattutto con lagente che ci vive e ci lavora. Abbiamo fatto la conoscenza, inparticolare, di
Piero Tassone, l'amico la cui peculiare esperienza di vita è raccontata in
Mari, monti e... gettoni d'oro del 1999.
Da allora abbiamo realizzato una o due opere all'anno e non abbiamo piùabbandonato quei posti e quelle persone, con la loro cultura forgiatadalle asprezze e centrata su una virtù cardine: la resistenza. Questascelta professionale ha influito anche sulla nostra vita privata: nel2000 ci siamo trasferiti a
Rosbella, la più alta delle frazionidi Boves, un borgo che al nostro arrivo era quasi disabitato, ma checol tempo si è trasformato in un laboratorio prezioso di quellacoerenza professionale ed esistenziale che ci anima.
Nei vostri film sono temi ricorrenti il lavoro e le tradizioni. Qual è il vostro intento nell'avvicinarvi alla cultura alpina? Si tratta di documentare un mondo ormai in decadenza o, al contrario, di dare rilievo ad una realtà vitale, in evoluzione?
La volontà è in primis quella di tenere vivo un modo di essere, o permeglio dire di cercare e raccontare l'emergere di quella che io chiamo
nuova coscienza montanara:un approccio inevitabilmente diverso da quello di anche soloquarant'anni fa, ma reale e vitale. La sfida che abbiamo intrapreso èquella di perseguire questo scopo attraverso il cinema, ed ildocumentario in particolare.
In tutti i nostri film, al costante ed imprescindibile riferimento allamemoria dei vecchi, alle tradizioni, si affianca il racconto delpresente, dei giovani che tornano alla montagna e che riconoscono inessa una risorsa economica e una filosofia di vita. Muovendoci inquesta direzione, abbiamo con gli anni sviluppato una nostra cifranarrativa e formale lavorando quasi esclusivamente sul racconto deiprotagonisti e limitando al minimo l'intrusione di voci fuori campo.L'esempio forse più compiuto di questo stile è il trittico del periodo2002 - 2005:
Pastres de sambucanos,
A l'avirùn ed l'àibu e
Marghè Marghìersono dedicati alle tre attività (pastorizia, coltivazione del castagnoed allevamento dei bovini) che costituiscono il cardine dell'economiadelle valli cuneesi.
Le difficoltà che questo approccio presenta dal punto di vista tecniconon sono poche: il montaggio si dilata inevitabilmente perché ildipanarsi del discorso deve rispettare i tempi di chi parla e spesso cisi vede costretti a lasciare fuori nuclei tematici anche molto forti.Tuttavia, le soddisfazioni non ci sono mancate. Ci è talvolta capitato,con nostro immenso piacere, di venire riconosciuti grazie alle immaginiprima che i nostri nomi comparissero nei titoli di coda.
Abbiamo proseguito sulla medesima linea stilistica e narrativa anche per il nostro nuovo film, in uscita fra circa un mese:
OSSignùr! La montagna assistitaracconterà di come sia possibile resistere (torniamo a ribadire questoconcetto) in montagna anche da vecchi, da malati, attraverso l'aiutodelle istituzioni e delle persone presenti sul territorio.
Tu sei il direttore artistico, oltre che di Festival Film, anchedi Rosbella Film Festenal, sezione video-cinematografica del Festenal,manifestazione che da oltre trent'anni promuove l'incontro tra i popolie le culture d'Europa. Puoi parlarci brevemente di questa esperienza edi quali legami di contiguità la uniscano alla kermesse cuneese?
Il
Rosbella Film Festenal ha preso avvio nell'agosto del2000, poco dopo il nostro arrivo in borgata, ed è nata comeappuntamento fra amici: la sua realizzazione è stata possibile grazieall'impegno profuso da chi saliva per venirci a trovare e da chi, comenoi, abitava nel borgo. Con gli ospiti e con gli spettatori si è subitocreata un'alchimia particolare, un'atmosfera di famiglia, quasi dasalotto di casa o da vecchia osteria. Le proiezioni all'aperto, in unasplendida pineta, hanno fatto sì che fra autori/attori e pubblico siinstaurasse un tipo di dialogo di solito possibile solo nel faccia afaccia con gli addetti ai lavori: se i primi hanno potuto presentare ilfilm di persona, dare conto della sua genesi e farlo vedere come ègiusto che sia visto, il secondo si è sempre dimostrato attento,partecipe, desideroso di capire e di approfondire le tematicheaffrontate.
È proprio a
Rosbella, dunque, che abbiamo cominciato a darecorpo a quella identità montanara di cui ti parlavo prima, basatasull'importanza delle persone prima che su quella delle cose. La sfidadell'anno scorso, in occasione della prima edizione di
Festivalfilm,è stata quella di trasferire quella filosofia dal bosco alle sale di unauditorium e di proporla ad un pubblico più vasto. Abbiamo deciso difarlo puntando in alto, allargando la nostra rete di contatti acolleghi conosciuti fino ad allora solo attraverso la loro opera edespandendo il panorama fino ad abbracciare una dimensioneinternazionale.
Devo dire che l'appoggio istituzionale è stato prezioso, anche dalpunto di vista finanziario: è stato possibile ospitare molti autori efar loro incontrare la gente, le scuole...
Cuneo e il Piemonte sono in realtà un'isola felice nel panoramaitaliano, almeno per quanto riguarda la produzione documentaristica, equesto in buona misura grazie a
Piemonte Doc Film Fund, uncanale di finanziamento creato apposta per sostenere un genere davverobistrattato nel nostro paese. Speriamo che il crescere ed ilconsolidarsi di un circuito di festival radicati sul territorio possasupplire almeno in parte alle enormi difficoltà che subentrano in fasedi distribuzione e che impediscono a molte opere di avere la visibilitàche meriterebbero.
Parliamo di Festival Film: chi ha curato la selezione delle opere e in base a quali criteri?
La scelta è stata operata direttamente da me, in collaborazione con miamoglie, in base ad un anno di viaggi in giro per i festival italiani edinternazionali: fra gli altri, ti posso citare
Trento,
Cervinia,
Autrans.
Avendo in mente una manifestazione indirizzata prevalentemente alpubblico più che ai soli addetti ai lavori, non siamo stati pressatidall'urgenza di correre dietro all'ultima novità. Al di là del fattoche, per le dinamiche distributive a cui accennavo prima, molte operesono comunque ancora sconosciute ai più, abbiamo voluto privilegiare labontà dei contenuti, con questo intendendo sia i messaggi veicolati chela "grammatica" stilistica a cui essi sono sottesi.
Alcuni dei film in programma sono ambientati in quelle cheappaiono isole culturali: mi riferisco, in particolare, a L'isoladeserta dei carbonai di Andrea Fenoglio, Nani di pietra giganti dicarta di Fabio Gianotti e Silvia Bongiovanni, Das Kalb in der Kuh unddas Korn in der Kist di Josef Schwellensattl. Quale impatto ha lamacchina da presa su tali realtà? Quale rapporto esse instaurano con latecnologia e la comunicazione di massa?
Per decenni il cinema di montagna (manteniamo per comodità questadistinzione, che pure sarebbe discutibile...) ha esplorato il temadell'alpinismo, dell'avventura, lasciando sullo sfondo la cultura e laciviltà montane. Oggi, al contrario, assistiamo ad un risveglio diinteresse, mi viene da dire quasi ad un recupero di un orgoglio diappartenenza, dopo che a lungo quasi ci si era vergognati di esse:d'altra parte, proprio da lì, dalle tradizioni, dai mestieri, dallostile di vita alpino arrivano le basi comuni del nostro vivere. Dunqueanche il cinema, in particolare il documentario, ha puntato l'obiettivoin questa direzione. Quale impatto? Chi fa questo lavoro non smette maidi chiedersi quanto il filtro della macchina da presa trasformi,elabori, modifichi la realtà rappresentata. La soluzione al dilemmapenso stia nell'abilità dell'autore di scegliere i narratori giusti,persone in grado di non lasciare che il racconto venga distorto dallapresenza della cinepresa, capaci di mantenerlo quanto più possibileaderente alla realtà dei fatti.
Le montagne sono da secoli luogo di scambi culturali edeconomici, ma anche teatro di guerre: non poca parte della rassegna diquest'anno è incentrata su questo tema. Come si pone il cinema difronte a questi conflitti dimenticati e quale deve essere il suointento nel documentarli?
Quanto di solito vediamo o abbiamo visto in televisione riguardo ai conflitti in
Kurdistan, in
Kashmir o nella
ex Jugoslaviarisponde ad esigenze di format, di copertura mediatica degli eventi.L'operatore di un network parte sapendo cosa dovrà riprendere e comedovrà assemblare il materiale, ed ha alle spalle una macchinaorganizzativa perfettamente oliata.
L'approccio del documentarista indipendente è agli antipodi di questa logica: nel caso di opere come
Primavera in Kurdistan di
Stefano Savona,
Siachen, una guerra per il ghiaccio di
Fulvio Mariani e
Mario Casella o
Za Kim zvono zvoni (Per chi suona la campana) di
Dzemal Sabic spessoil progetto evolve in itinere, parallelamente alla realizzazione delleriprese, e viene costantemente rielaborato, ridefinito.
Un altro tratto peculiare dell'approccio documentaristico è il fattoche l'attenzione sia rivolta non tanto al conflitto in sé, quanto a chiin esso è coinvolto, all'impatto che la guerra ha sulle dinamicheaffettive e sociali (la disgregazione delle famiglie, l'emigrazione, lavita in clandestinità, i sogni della gente,...): insomma, ancora unavolta al centro dell'attenzione è l'uomo, il suo agire, più chel'avvenimento in quanto tale.
Autori come
Mariani o
Savona (partito per il
Kurdistancome archeologo e passato dietro la macchina da presa) non hannonessuna urgenza di supplire ad un qualche gap mediatico: semplicementeraccontano, attraverso un punto di vista ed uno stile personali edunici, delle realtà di cui si sa poco e forniscono, questo sì,strumenti di indagine, di riflessione.
Accennavi poco fa al filone tradizionale del cinema di montagna,rappresentato quest'anno da Eiger Nordwand (Eiger, parete nord) e DieEntscheidung (La decisione) di Gerhard Baur e da L'abisso di AlessandroAnderloni. Quale presa può avere un approccio di questo tipo su unpubblico non specialistico? È possibile, in filigrana, leggervi unametafora esistenziale?
Il cinema di alpinismo e speleologia ha spesso puntato sul fascinoinsito nell'impresa estrema per fare colpo sul pubblico, talvolta senzadare troppa attenzione all'aspetto formale. Io ritengo, al contrario,che il gusto per l'atto sportivo, per il rischio, non sia sufficiente asorreggere la qualità di un'opera e che a lungo andare una scelta diquesto tipo non paghi. Partendo da questo assunto, per
Festivalfilm abbiamo puntato su autori che, anche in condizioni estreme (la parete nord dell'
Eiger e la
Spluga della Pretanon sono uno scherzo...), abbiano saputo mantenere il massimo controllosull'aspetto propriamente cinematografico: ritengo, insomma, cheabbiano saputo padroneggiare al massimo grado lo strumento tecnico perpermettere al significato di trasparire al di là del mero eventoraccontato.
Una domanda per concludere: quale ruolo gioca e come si armonizzaFestivalfilm all'interno della cornice più ampia del Festival dellaMontagna?
Nella selezione delle opere, così come nella scelta dei criteri utilialla loro presentazione al pubblico, abbiamo voluto privilegiare unavisione multipla della montagna: essa è sport, ma è anche cultura etradizione; è sicuramente legata ad un passato in parte perduto, ma sista proiettando nel futuro con una vitalità inaspettata. Nella stessaserata, ve ne accorgerete venendo in sala, verranno proposti approcciapparentemente distanti (le imprese raccontate da
Baur saranno ad esempio accostate allo sguardo ironico di
Urs Frey sulla
Revoluziun di un colorito gruppo di sessantottini svizzeri originari del
Cantone dei Grigioni): in realtà, essi danno conto di diversi punti di vista sul medesimo oggetto.
Il Festival nella sua completezza adotta, mi pare, una filosofia moltosimile: la montagna è una realtà a tutto tondo, di cui sono espressionela musica come il teatro, l'artigianato come la tutela ambientale. Lascommessa è proprio quella di
allargare l'orizzonte, dipermettere visioni nuove ed inaspettate sia allo specialista che a chisi avvicini ad essa per la prima volta. La sfida è impegnativa, ma ilsuccesso delle edizioni passate ci fa essere ottimisti: si può fare, eccome!
Paolo Racca - www.cineclublumiere.it